Giro per la città di Venezia. Il freddo incalza. L’umidità è pazzesca.
Con le mie amiche/colleghe ci dirigiamo verso la mostra e da lì inizia la grande avventura…
Entrando in questo luogo austero, freddo, sono immediatamente stata “aggredita” dalla scritta “common ground”, da lì il desiderio di comprendere subito l’obiettivo della mostra, nonché il, timore di non riuscire a trarne il dovuto insegnamento.
Ero lì per quello. Ero lì per assorbire il tutto come una spugna, per poi ritornare carica di conoscenze, emozioni e spunti.
Man mano che andavo avanti analizzando le diverse installazioni, con umiltà aggiungo non sempre con gran facilità, mi ponevo sempre la stessa domanda:
- ma cosa vogliono dire questi architetti?
- cosa è per loro il common ground?
IL TERRENO COMUNE. Quindi non l’architettura in se, ma il contributo che l’architettura può dare nella definizione del terreno comune della città, inteso come spazio fra gli edifici, gli spazi comuni
della città.
Non sta a me chiarire ora il concetto della biennale di quest’anno.
Non ne ho per niente le capacità, per cui non mi permetterei di darne giudizi.
Ma voglio comunque, nel mio piccolo fare un appunto su questo concetto, contestualizzandolo alla mia dura realtà:
- Qual è il terreno comune della mia città?
- Come viene affrontato?
- Come viene protetto?
- Come viene progettato?
- Come viene salvaguardato?
Haimè… temo nel dover dare delle risposte sincere a questi pochi quesiti.
Ma DEVO FARLO, in virtù della mia morale e del mio forte, desiderio di cambiare le cose.
Purtroppo più volte mio padre mi rimprovera. Dice che non posso combattere sempre contro i mulini al vento. Forse ha ragione, perché conoscendo bene la mia spiccata sensibilità, sa che ne rimmarrei soltanto delusa. Ma è più forte di me. Guardo mia figlia e, inorridita, penso “ma dove vivrà?”
Credo che un architetto debba continuamente interrogarsi e porsi un obiettivo costante, quello di migliorare il luogo in cui vive. Rispondendo in modo preciso, tecnico e sensibile alle esigenze e le richieste delle persone. Pensando e progettando, non solo Architetture che possano essere coerenti ad avere uno stile piuttosto che un altro, a seconda della sensibilità e della formazione di ciascun architetto, quanto riescano ad essere funzionali.
Lo stesso dicasi per i terreni comuni.
Non bisogna pensare che siano degli spazi di risulta, derivanti tra un costruito e l’altro, e pertanto di scarsa importanza.
Sono degli spazi che hanno una loro dignità e pertanto anch’essi devono essere frutto di un attenta progettazione.
E non da “estranei”. Non è possibile che arrivi un tecnico dall’esterno per poter progettare architetture e terreni comuni della propria città. Questa riflessione vale sia a scala ridotta, quindi riferendomi alle singole realtà locali, quanto a grande scala. Per un architetto non vi è nulla di più favorevole e di auspicabile che esercitare la professione nella città in cui abita, lì dove il “common ground” non è altro che la cornice ben conosciuta in cui si sviluppa la nostra vita.
PROGETTARE CON SENSIBILITA’ E CONSAPEVOLEZZA.
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